In attesa di poter fare gli auguri alla Repubblica più bella del mondo, Starting Finance presenta la seconda uscita di “SF Club Magazine”. La Community è entusiasta di poter vantare il fatto di essere costituita da tanti giovani universitari i quali, nonostante le avversità a prescindere intrinseche nell’esistenza umana, si vogliono mettere in gioco, trasportati dall’implacabile desiderio di essere liberi di esprimersi attraverso il proprio potenziale.
Martedì 14 Aprile il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha diffuso le “Previsioni di Primavera”, evidenziando i propri presagi riguardanti le ferite che la pandemia di Covid – 19 lascerà nell’economia globale. Nulla di inatteso, ma le preoccupazioni sono state quanto mai confermate. La recessione, ormai, è un fatto certo e consolidato. A livello mondiale, le stime raccontano di un calo del 3% del PIL globale nel 2020, in controtendenza rispetto alla crescita del 3,6 % prospettata prima dello scoppio della pandemia. Da ciò, secondo quanto dichiarato dalla capoeconomista del FMI, l’indo-americana Gita Gopinath, deriva una perdita di 9mila miliardi di dollari.
Il PIL pro capite, altro dato fondamentale per provare a comprendere come la nostra quotidianità potrebbe mutare, subirebbe un significativo ribasso del 4%. Per accorgersi della gravità dei riscontri emanati dal FMI è necessario, inoltre, affidarci al confronto con ciò che avvenne nella crisi del 2008 che tutti noi abbiamo subito e, in parte, superato, sulla nostra pelle. Partiamo dalle poco confortanti affermazioni della già introdotta Gina Gopinath: “la crisi attuale fa sembrare minuscola e irrilevante la crisi del 2008”. A questo proposito, è proprio il confronto con i numeri della cosiddetta “Grande recessione” (2007-2013) a mostrarci la sconfortante veridicità delle parole della capoeconomista.
A quel periodo è riferibile una discesa del PIL mondiale dello 0,1%, mentre il PIL pro capite globale scese dell’1%, ben 3 punti percentuali in meno rispetto ai numeri della crisi odierna e 6 paesi su 10 entrarono in recessione. Oggi, invece, sono 9 su 10 i paesi che vedranno contrarsi così tanto la propria economia da provocare una recessione. Tutto ciò, d’altronde, supponendo che tutti i paesi escano dal lockdown entro l’estate, fatto inevitabile dal punto di vista economico, ma non scontato se i Governi daranno fortemente seguito ai consigli degli esperti sanitari.
Proviamo, invece, ad allontanarci dalla situazione generale e disaggreghiamo i dati per singoli paesi. Notiamo, a questo punto, una ferita più ampia per le economie avanzate (-6%), rispetto al calo dell’1% che colpirà i paesi emergenti. Le notizie peggiori, però, arrivano sul fronte nazionale. Le previsioni del FMI per l’Italia, sono, infatti, disastrose. La contrazione dell’economia nel nostro paese sarà del 9,1%, dato peggiore dell’Eurozona dopo la già sofferente Grecia (-10%). Le previsioni per Spagna, Francia e Germania sono nell’ordine del calo del 7,5% dettato per l’Eurozona in generale.
Oltre i confini del vecchio continente, invece, registriamo dati con segno positivo per le sole Cina, che dimostra quindi di essere riuscita a contenere l’epidemia nei giusti tempi, e India, le quali cresceranno rispettivamente dell’1,2 e 1,9 per cento. Gli Stati Uniti vedranno decrescere il proprio PIL del 5,9%, mentre la Corea del Sud, altro paese profondamente colpito dal virus, avrà una contrazione dell’1,2% e sembrerebbe dunque essere stata in grado di gestire la pandemia meglio di altri. I dati peggiori vengono invece registrati da Libano (-12%), Venezuela (-15%) e Macao (-29,6%).
Non solo notizie negative, ma anche buoni propositi per l’anno che verrà. Nel 2021, infatti, il FMI prevede importanti riprese, seppur, è bene sottolineare, si tratti di previsioni alquanto incerte data la volatilità e l’imprevedibilità della situazione. L’economia italiana vivrà un rimbalzo del 5,8%, al di sopra del dato segnalato sulla ripresa dell’Eurozona in generale, la quale si profila essere del 4,7%. La Cina affronterà un’impennata di oltre il 9%, nonostante la già seppur minima crescita nell’anno corrente. Il dato attestante la ripresa del PIL globale a livello generale si attesta sul 5,8%.
Il FMI ha concluso la sua relazione con un consiglio rivolto agli Stati, il quale è totalmente in contrasto con le posizioni di austerità da sempre sostenute dalla stessa organizzazione mondiale di Bretton Woods. Stando alle loro parole, infatti, è ora necessario per le economie nazionali spendere tutte assieme, in modo coordinato, in modo da evitare pesanti ripercussioni sul mondo del lavoro. Si rivela inoltre fondamentale, sotto questo aspetto, ampliare gli stimoli fiscali per favorire spese e investimenti.
Fonti
In questo articolo ci occuperemo di analizzare il livello di liquidità dei vettori operanti nel settore dell’aviazione civile. Il controllo del livello di liquidità, già durante la crisi finanziaria del 2007 scoppiata negli Stati Uniti, è diventato elemento essenziale nella gestione day-to-day.
In primis richiamiamo il concetto di liquidità, cioè la capacità di un soggetto di ripagare con i propri mezzi i debiti a breve termine (in particolari gli stipendi) e definiamo gli indicatori più utilizzati dagli economisti per misurarne il livello: il current ratio ed il quick ratio. Tali indici permettono di effettuare delle analisi interne ed esterne: le prime rivolte a raffrontare diversi esercizi della stessa azienda, le seconde utili per un confronto con i competitors. Soprattutto nel settore dell’aviazione civile, il controllo del livello di liquidità è più che mai fondamentale proprio perché si tratta di una attività economica fortemente ciclica. Eventi imprevedibili, come disastri naturali, inciderebbero sulla propensione dei clienti a spostarsi con gli aerei.
Nella fattispecie, prendiamo in considerazione due compagnie aeree low-cost ed effettuiamo la nostra analisi. A tal proposito prendiamo in esame Ryanair e Norwegian Air. Entrambe le compagnie hanno avuto, per un lungo periodo, la propria flotta a terra e soltanto qualche giorno fa hanno riavviato le rispettive rotte commerciali. I due vettori sono dotati di un modello di business differente. Ryanair opera con un unico modello nella flotta (Boeing 737-8) con 452 esemplari su 460 totali, mentre Norwegian opera con una flotta parzialmente diversificata (4 diversi modelli).
Il CEO del vettore irlandese, Micheal O’Leary, qualche mese fa, annunciando la messa a terra del 95% della sua flotta, sosteneva che Ryanair sarebbe rimasta ugualmente “nel business” grazie al suo forte livello di liquidità ($ 4,47 mld – dato mrq 2019), confermato dai 170 giorni di autonomia senza esercitare la propria attività (come riportato dal grafico sottostante), a differenza di Norwegian, fanalino di coda, con appena 26 giorni di autonomia.
Sulla base degli indicatori di cui sopra, analizziamo il current ratio . A tal proposito, Ryanair è dotata di un current ratio di 1,07 (mrq) e ciò sta a significare che, per ogni dollaro di debito a breve termine, Ryanair ha a disposizione $ 1,07 di attività correnti per ogni dollaro di passività correnti. Per affrontare la crisi, Ryanair ha ridotto le spese operative a breve termine come la messa a terra di velivoli in eccedenza (prediligendo meno voli al giorno ma con aerei pieni), differito quote di capitale destinate all’investimento e sospeso le assunzioni.
Diametralmente opposta è la situazione di Norwegian Air, con un current ratio di 0,6. Per ogni dollaro di passività correnti, la compagnia norvegese non avrà sufficiente liquidità per far fronte al debito (avrà soltanto 60 cent di dollaro e quindi dovrà ricorrere all’indebitamento). L’intervento di Norwegian non è stato tempestivo come quello introdotto da Ryanair, infatti, così come riporta Eurocontrol, le filiali in Danimarca (3) e Svezia (1) hanno dichiarato bancarotta il 21 aprile e la società ha chiesto la ristrutturazione del debito fino a 4,3 mld di $ in azioni e l’emissione di altre nuove azioni sulla base delle richieste avanzate dal governo norvegese per poter accedere ai prestiti garantiti dallo Stato. Quali sono i motivi per i quali Norwegian è prossima al collasso?
La spiegazione più plausibile che si potrebbe dare in questi casi riguarda il ruolo cruciale dei manager. Soprattutto nel comparto aereo, così come accade nell’altro continente (con American Airlines, Delta e United) gli amministratori, su richiesta degli shareholders, tendono a prediligere dei modelli di gestione più spregiudicati, caratterizzati da una scarsa propensione all’accantonamento, alla salvaguardia delle attività correnti a favore di dividendi più alti, oltre ad una massiccia acquisizione di azioni proprie per garantire un elevato grado di fiducia da parte degli investitori.
Fonti
Il PIL..”it measures everything, in short, except that which makes life worthwhile”, così affermava Bob Kennedy nel suo storico discorso del 18 Marzo 1968 presso l’università del Kansas. In questi giorni sentiamo e leggiamo nei notiziari e nelle testate giornalistiche di quelle che sono le stime di crescita futura, espresse in termini di PIL, fortemente negative per gran parte dei paesi del mondo. Queste stime, in breve, ci indicano quanto produrremo in meno, quanto aumenterà la disoccupazione, quindi di quanto diminuirà la nostra ricchezza, in termini monetari. Fermiamoci un attimo. Siamo sicuri che la nostra vita dipenda solo queste grandezze? L’emergenza oggi sta colpendo e affondando la nostra società, sta mettendo in ginocchio il nostro sistema sanitario, la nostra istruzione, il nostro sistema di walfare, che in questo momento si stanno mostrando come i veri pilastri della società. La qualità e l’efficienza di quest’ultimi sono componenti determinanti nella valutazione del livello di benessere di un paese.
Ma allora, se questi fattori sono così importanti per la società, perché non ne teniamo conto per calcolare la crescita dei paesi, lasciando questa affidata al solo indice di produzione aggregata? E’ corretto non considerare il benessere come fattore di crescita, altrettanto importante? Gli economisti negli anni si sono interrogati sulla questione, riconoscendo più volte i limiti del PIL nel misurare la crescita, incontrando allo stesso tempo difficoltà nell’ elaborazione di dati oggettivi sulla valutazione del benessere, in quanto questo è in primis espressione di un giudizio di valore limitato alla percezione soggettiva del singolo individuo. Nasce quindi la necessità di identificare con una dimensione oggettiva il benessere.
All’interno di questo contesto troviamo i lavori di importanti economisti e istituzioni sullo studio e la ricerca di indicatori macroeconomici alternativi. Troviamo importantissimi contributi sin dagli anni ’90, quando venne introdotto lo “Human Development Index”, che oggi viene utilizzato dall’ONU come indicatore della qualità della vita dei paesi. Un ruolo rilevante è stato assunto dal lavoro svolto dalla “Commissione per la misurazione della performance economica e del progresso sociale”, istituita dagli economisti J. Stiglitz, A.Sen e JP. Fitoussi nel 2008. Questo lavoro ha fornito una solida base di studi in materia di indicatori alternativi, studiandone la validità statistica e i criteri di valutazione della crescita, individuando delle dimensioni entro le quali questa può essere misurata e valutata. Ispirandosi al lavoro della Commissione, di cui ha anche fatto parte, l’OCSE nel 2011 ha dato vita al “Better Index Life”, un indice composto da 12 temi universalmente riconosciuti come determinanti nello sviluppo di un paese.
L’OCSE raccoglie i dati disponibili e attribuisce lo stesso peso alle categorie. La novità sta nel coinvolgimento diretto dei cittadini che, attraverso l’interattiva piattaforma online, possono scegliere personalmente i vari pesi, così da poter effettuare delle classificazioni e valutazioni dei paesi in funzione dell’importanza che ciascuno attribuisce ad ogni tema. L’Italia, a partire dal 2010 e grazie al lavoro dell’ISTAT, ha iniziato a misurare il benessere attraverso l’indice “BES”, inserito anche nella legge di bilancio come ulteriore strumento di valutazione dell’efficacia delle politiche pubbliche. Il quadro è in continua evoluzione, il fine ultimo non è tanto quello di sostituire gli strumenti di misurazione di contabilità nazionale, quanto piuttosto porre l’attenzione sui limiti di questi e di concerto determinare dei criteri di misurazione alternativi che possano implementare quelli classici, al fine di reindirizzare le politiche nel conseguimento degli obbiettivi di crescita, che oggi più che mai vanno oltre la produzione e il consumo.
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Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è una organizzazione intergovernativa, istituita nel 2012, con sede in Lussemburgo. Il MES ha il compito di assistere i paesi dell’eurozona qualora si palesasse un rischio di default o difficoltà di accesso ai mercati per finanziare il proprio debito. Il capitale è pari a circa 700 miliardi di euro, di cui circa 80 miliardi sono stati versati dagli stati membri. L’Italia è attualmente il terzo paese per numero di quote sottoscritte del capitale del MES (17,7%), preceduta da Francia (20,2%) e Germania (26,9%).
L’organo direttivo (Consiglio dei governatori) è composto dai ministri delle finanze dell’eurozona ed è presieduto dal presidente dell’Eurogruppo. Il Consiglio di amministrazione è composto da 19 funzionari esperti. Il posto spettante all’Italia è occupato dal Direttore generale del tesoro. Il vertice amministrativo spetta ad un Direttore generale, che presiederà le riunioni del Consiglio di amministrazione e parteciperà alle riunioni del Consiglio dei governatori, ricoprendo anche il ruolo di rappresentante legale del MES.
Normalmente il MES, chiamato anche Fondo Salva-Stati, presta denaro a quei paesi che non riescono più a finanziarsi sul mercato attraverso l’emissione di bond, poiché si trovano nella situazione drammatica di non riuscire a raccogliere risorse perché nessuno compra più i loro titoli di Stato, considerati troppo rischiosi (come già accaduto alla Grecia). Una volta effettuato il prestito, attraverso le due linee di credito (una precauzionale e una rafforzata), vengono concordate delle condizionalità attraverso un Memorandum of Understanding in cui si può prevedere anche un programma di correzione macroeconomica per lo stato interessato.
Con la nuova proposta, invece, sarebbe proprio il Mes con il suo capitale a intervenire emettendo bond con un rating altissimo per finanziare i prestiti. Il 9 aprile scorso è stato proposto il Pandemic Crisis Support, una linea di credito, con somme fino al 2% del PIL del paese richiedente, avente come condizione il fatto che i fondi siano utilizzati solo per finanziamenti diretti o indiretti dei costi sanitari, di cura e di prevenzione dovuti alla crisi Covid-19. Il prestito è reso disponibile dal Mes, sulla base di una valutazione semi-automatica del paese che ne fa richiesta. I fondi messi a disposizione attraverso la nuova linea di credito potranno essere richiesti fino al 2022. Nessuno stato è obbligato a richiedere il prestito, ma è assolutamente libero di scegliere se attivarlo e quanto richiedere.
Volendo fare un bilancio della nuova linea di credito del MES potremmo dire che tra gli aspetti positivi derivanti dall’utilizzo del MES, inteso come strumento per combattere la crisi economica COVID-19, vi è l’accesso ad un fondo che presta fino al 2% del PIL ad ogni paese a tassi molto agevolati. In particolare, per l’Italia si tratta di 36 miliardi. La scadenza del prestito è di dieci anni, tasso annuale a 0,1%, costo una tantum di 0,25% e costo annuale di 0,005%, sicuramente più vantaggioso rispetto ai btp decennali che pagano un tasso d’interesse del 1.64%.
Tra gli aspetti negativi, anche se l’eurogruppo ha deciso di limitare le condizionalità a cui si è sottoposti in situazioni “normali”, troviamo la capacità di prestito limitata pari a 500 miliardi (anche se bisogna considerare che con il Recovery Fund, BEI e Sure, si raggiungerebbe una cifra superiore ai 1000 miliardi di euro). Inoltre, i fondi saranno stanziati unicamente per il settore sanitario e quindi paesi, come l’Italia, che hanno difficoltà economiche anche in altri settori dovranno trovare altre fonti di finanziamento e aspettare l’attivazione delle altre misure pensate dalla comunità europea.
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Il future è un contratto derivato negoziato su mercati regolamentati mediante il quale acquirente e venditore si impegnano a scambiarsi una determinata quantità di una certa attività finanziaria o reale (detta attività sottostante) a un prezzo prefissato e con liquidazione differita a una data futura prestabilita. Se l’attività sottostante è una materia prima si sta parlando di commodity future. È poi presente una clearing house che si comporta da mediatore fra compratori e venditori eliminando in tal modo il rischio di controparte, favorendo ancora di più la creazione di liquidità. Inoltre, non si deposita l’intero valore del contratto quando si entra in una posizione future, ma solo una determinata percentuale di esso chiamata margine iniziale. Secondo poi il principio del marking to market, le posizioni dei contraenti vengono valutate giornalmente.
Per quanto riguarda il calcolo del prezzo di un future su commodity, esso può essere determinato tramite l’interazione di diversi fattori che compongono il cost of carry, ovvero la differenza tra il prezzo a termine e quello spot. Il prezzo del future di una attività che non generi flussi di cassa prima della scadenza sarebbe semplicemente pari al prezzo spot del sottostante capitalizzato al tasso risk free. A differenza delle attività finanziarie, però, in questo caso bisogna considerare nel calcolo anche altri due fattori: in primo luogo, il trasporto e l’immagazzinamento delle commodities che comportano l’insorgere di un costo in capo a chi le acquista, in più, poiché esse non sono beni di puro investimento ma sono utilizzate come fattori produttivi da parte dell’economia reale, è possibile misurare anche il convenience yield, ossia il beneficio derivante dal loro possesso fisico, che invece è completamente assente nel caso in cui l’operatore economico abbia in portafoglio un derivato.
La presenza di contratti futures con date di scadenza differenziate nel tempo consente poi di tracciare la cosiddetta commodities curve o curva a termine delle commodities, sulla quale sono riportati i prezzi per ciascuna scadenza. Se l’andamento della curva è crescente, e quindi i prezzi a termine sono più elevati all’aumentare della scadenza, si dice che è in contango. Nel caso in cui invece l’andamento dei prezzi è opposto, la curva è detta in backwardation. Queste due situazioni sono molto importanti negli investimenti a scopo finanziario nelle commodities, i quali sono più influenzati dall’andamento dei prezzi a termine che di quelli spot, poiché questi ultimi prevedono la successiva consegna fisica del sottostante e sono dunque rivolti ai soli operatori industriali e commerciali.
In particolare, quando i contratti futures si approssimano alla data di scadenza, gli operatori finanziari chiudono la posizione in essere e, contestualmente, ne aprono una nuova sul futures con scadenza successiva. Questa operazione è nota come rollover e, data la differenza di prezzo esistente tra il future in scadenza e quello seguente, può comportare un utile o una perdita in capo all’investitore, nota come roll return. Quando la curva a termine delle commodities è in backwardation, l’operatore che detiene la posizione long consegue un extra-rendimento, poiché, come visto prima, a vite residue dei futures più elevate corrispondono prezzi via via inferiori. Al contrario, una curva in contango comporta, specularmente, una riduzione dei rendimenti per chi ha assunto posizioni long.
Oltre a questa componente, l’investimento in futures su materie prime ne prevede altre due: il rendimento spot e il rendimento da collaterale. Il primo riflette l’oscillazione del prezzo del future della materia prima sottostante, mentre per il secondo si considera l’interesse che si ottiene dall’investimento del collaterale. Queste tre componenti vanno quindi a formare il total return dell’investimento, mentre se si considera solo la somma dello spot e roll return, il rendimento è noto come excess return.
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I colossi del web nel corso degli anni consolidato metodi di elusione fiscale che hanno permesso alle multinazionali del SoftWeb di risparmiare complessivamente 49 miliardi di euro tra 2013 e 2018 (il 30% del tax rate previsto). Questi giganti hanno potuto contare sull’esistenza dei loopholes, quindi sul mancato allineamento delle politiche fiscali degli stati europei, spostando i proventi in nazioni a fiscalità agevolata (profit shifting). Celebre il caso del “Double Irish with a Dutch Sandwich”. Google USA, uno dei pionieri di questo metodo, per un cliente europeo, cede la proprietà intellettuale necessaria a Google Ireland Holding (gestita dalle Isole Bermuda), la quale subisce la pressione fiscale nulla delle Isole Bermuda, per poi cedere le royalties in questione a Google Netherlands. Da qua i profitti vengono convogliati, a costo zero grazie alla legge olandese, su un conto corrente alle Isole Bermuda e, tramite un ulteriore rapporto di sub-licenza, si delegano le operazioni a Google Ireland LTD, unica società in gioco realmente attiva, dove viene pagata un’aliquota al 12,5% deducibile.
L’UE reagisce proponendo nel marzo 2018 la Web Tax, e, data la mancanza di consenso comunitario, 7 paesi membri, tra cui l’Italia, reagiscono con l’imposizione di una tassazione nazionale. La Digital Tax 2020, attiva in Italia dal 01.01.2020, prevede una aliquota del 3% su fatturato proveniente dalla vendita di spazi pubblicitari, cessione dati e intermediazione web che supera i 750 milioni di euro nel mondo (di cui almeno 5,5 in Italia). Questa sezione della Legge di Bilancio è stata ampiamente discussa. Gli USA, interpretando le alte soglie di fatturato dalle quali viene imposta la Web Tax italiana come un modo di penalizzare le SoftWeb statunitensi, minacciano di aumentare le imposte sul settore automobilistico. Inoltre, la Web Tax, colpendo fornitori di spazi pubblicitari, vedrà nel suo target le grandi imprese italiane del settore della comunicazione come Mediaset.
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Le mascherine sono ormai diventate un simbolo globale di resistenza, e non solo nei confronti del Sars-CoV-2. Gli abitanti di Hong Kong sono abituati all’uso di questi dispositivi: l’eredità lasciata dalla pandemia SARS del 2003, che ha causato molte vittime ai tempi, ha portato la popolazione della regione amministrativa speciale cinese ad usarle quotidianamente, al punto di renderle quasi parte di un’uniforme. Le mascherine – rese illegali per riconoscere meglio i protestanti - sono diventate nel 2019 uno dei simboli della resistenza dei cittadini di Hong Kong al governo della Cina continentale, la quale periodicamente prova a riformare quel modello di società definito “un Paese, due sistemi”, frutto di un negoziato diplomatico tra Cina e Regno Unito (che fino al 1997 controllava il territorio della città) e che costituisce un compromesso tra la volontà cinese di governare Hong Kong e il desiderio della città di rimanere autonoma.
L’ultima mossa da parte del governo di Pechino è stata annunciata negli ultimi giorni: l’Assemblea Nazionale del Popolo, l’organo legislativo dell’apparato statale cinese, ha discusso la bozza di una legge che renderebbe criminali atti di “secessione, terrorismo, sedizione e interferenze esterne”. Ulteriori dettagli non sono stati divulgati, ma con tutta probabilità la legge non avrà indicazioni specifiche per permetterne un’interpretazione ampia e coprire la gamma più vasta possibile di atti, erodendo di fatto le libertà personali e di espressione che ad Hong Kong sono garantite dalla Basic Law, la Costituzione della città.
Già nel corso della pandemia di Covid-19 i cittadini si sono preoccupati più volte della difesa delle proprie libertà: ancora vigente è una legge sugli assembramenti, inizialmente pensata per la lotta al coronavirus, ma che di fatto rende illegali le proteste. Tuttavia, la paura di un’ulteriore erosione dei diritti degli Hongkongers ha portato nuovamente i cittadini nelle strade della città, sempre muniti di mascherine per più di una ragione.
Le manifestazioni sono purtroppo degenerate in scontri con le forze dell’ordine, poi conseguiti anche in 180 arresti e utilizzo di gas lacrimogeni. A differenza dello scorso anno si sono levati più cori indipendentisti, fenomeno che fino al 2019 sembrava relegato a una piccola parte della popolazione ma che oggi si fa maggiormente sentire.
John Lee, segretario per la sicurezza di Hong Kong, ha espresso preoccupazione per la violenza dilagante nella città e ha ribadito l’urgenza della legge di Pechino per garantire la “prosperità e la stabilità a lungo termine”. Della stessa opinione è Carrie Lam, il capo dell’esecutivo di Hong Kong, che ha offerto “pieno supporto” al governo centrale cinese e ha promesso che le nuove leggi non intaccheranno i diritti della popolazione di Hong Kong, ma renderanno invece la città più sicura, anche a garanzia degli investitori stranieri.
Le sue parole tuttavia non hanno convinto la maggior parte degli osservatori e dei governi internazionali. Le voci a sostegno dei diritti di Hong Kong sono state molteplici: negli ambienti governativi statunitensi si vociferano nuove sanzioni alla Cina e la rimozione dello status di hub finanziario globale ad Hong Kong, nel caso in cui i diritti dei cittadini dovessero essere ulteriormente messi in pericolo. Il commercio tra gli Stati Uniti ed Hong Kong vale ogni anno circa 43 miliardi di dollari, cifra che costituirebbe un serio danno all’economia della città e della Cina stessa nel caso in cui dovesse aprirsi una crisi diplomatica. Nel Regno Unito, nel frattempo, si ipotizza di rendere i cittadini di Hong Kong nati dopo il 1997 British National Overseas, fornendo loro un particolare tipo di passaporto. Nessuna decisione ufficiale è stata presa, tuttavia.
Il supporto ad Hong Kong non è arrivato, comunque, solo dal mondo occidentale, ma anche da Taiwan, occupata anch’essa con la gestione dei rapporti con la Cina continentale. Inquadrando gli avvenimenti di Hong Kong in una prospettiva più ampia, si torna allo scontro globale tra Cina e Stati Uniti. I cinesi cercano di compiere il proprio disegno egemonico nell’area, cercando di spegnere i fuochi di autonomia e indipendenza imponendo leggi centrali. Occasione ghiotta per gli Stati Uniti, che ricevono un’ulteriore opportunità di contrastare l’azione di Xi Jinping, ormai accerchiata su più fronti, e che pare pronta a ulteriori contromisure.
Ma nel frattempo, il popolo di Hong Kong continua ad operare da solo, nonostante sia osservato da tutto il mondo. Che le mascherine possano salvaguardare, oltre alla salute, anche le libertà?
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Da quando il Covid-19 è arrivato nelle nostre vite, non sentiamo altro che le parole ‘Crisi’ e ‘Recessione’. Eppure, in questo periodo nero non solo per l’economia ma anche per la socialità, la dea bendata non ha mancato di toccare qualcuno. La domanda è: chi è che, volente o nolente, ha beneficiato della pandemia in corso vedendo lievitare i propri fatturati? Analizzando la situazione per settori. Sicuramente, il primo ad essere stato avvantaggiato dalla situazione è stato tutto il comparto degli acquisti online, primo fra tutti Amazon (diciamocelo: chi è che durante questa quarantena non ha fatto acquisti sulla famosa piattaforma?). Così alcuni ricchi sono diventati spropositatamente ricchi: Jeff e l’ex moglie MacKenzie Bezos hanno visto le loro azioni salire in Borsa fino a 145 miliardi di dollari, 30 in più dell’anno scorso, nutrite anche dalla spinta data ai mercati dalle Banche centrali e dai governi con operazioni di stimolo senza precedenti.
Ovviamente, l’enorme massa degli acquisti online e delle consegne a domicilio giova sopratutto al mondo dei corrieri, che hanno registrato dal 13 Marzo un aumento delle consegne del 26%. Altro vincitore, in quest’epoca incerta, è tutta la catena della grande distribuzione ornganizzata. Nel settore, solo nelle prime tre settimane di Marzo, le vendite hanno fatto un salto del 16,4% nei supermercati fisici e, allo stesso modo, sono esplose le spese online di quasi 162,5%. Aziende come Lavazza, Ferrero, Mutti e Barilla gioiscono delle vendite di farina (che sale del 212,7%), di pasta (19,3%), biscotti (14,6%), merendine (13,3%), creme spalmabili (72,5%), conserve rosse (53%) e caffè macinato (21,4%).
Guadagnano terreno anche le aziende che trattano di igiene e salute: la vendita di guanti aumenta del 163,3%, di saponi per le mani del 56,8%, la candeggina sale a 53% e l’alcol arriva addirittura al 100,4%. Il settore farmaceutico poi, fiorisce in questa situazione spiacevole con aziende come Angelini, che esaurisce le scorte dell’Amuchina già il 23 Febbraio e vende il prodotto a prezzi stellari fino ad arrivare a 35 euro al pezzo, o Menarini, che annuncia la messa a punto di un kit test per Covid-19 in grado di effettuare la diagnosi in 20 minuti. Un altro settore in crescita sorprendente è quello di attrezzi da fitness: gli italiani si mantengono in forma da casa e schizzano le vendite di tute da ginnastica, cyclette, tapis roulant ecc.
Ma nel cercare rimedi per superare questi giorni infiniti da Covid-19, è venuto in nostro soccorso anche il fondatore di Zoom, Eric Yuan, che fa da vittorioso padrone a questo periodo buio. La sua fortuna è più che raddoppiata, passando da 3,56 agli attuali 7,4 miliardi, grazie al continuo ricorso di ognuno di noi al suo servizio di teleconferenza sia per utilizzi di smartworking sia semplicemente per tornare a socializzare, per quanto ci è concesso.
Ma ancora, le nostre abitudini sono cambiate: oltre a lavorare da remoto, mantenerci in contatto con le persone che amiamo e provare a condividere le cose importanti che continuano a capitarci, adesso passiamo una grandissima fetta del nostro tempo facendo binge watching e di questo ne giova Netflix che fino a poco tempo fa combatteva contro dei debiti profondi e una concorrenza sfrenata da parte dell’entrata nel settore di Amazon e Disney mentre adesso riesce quasi a tornare ai suoi tempi migliori e anche il suo titolo in borsa ne beneficia: anche qui, nel bene o nel male, qualcuno si arricchisce anche nelle peggiori crisi e in questo caso è Reed Hastings grazie anche a sedici milioni di nuovi abbonati, il doppio di quanto fossero stati previsti pre Covid-19.
La medaglia a due facce ci mostra allora che a causa del Covid-19 da un lato ci si aspetterà un calo del PIL dell’8% per il 2020 e la chiusura di più di 240 PMI al giorno eppure dall’altro pare che la fortuna non ha abbandonato proprio tutti. Che sia una consolazione troppo magra?
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La rubrica FunCode si propone di rendere il mondo della programmazione, sempre più centrale nel business e nella finanza, più accessibile ed interessante, con esempi ed usi utili e divertenti.
Il 2020 sarà sicuramente ricordato come l’anno della pandemia Covid-19. Tutti hanno letto articoli di varia natura, partecipato a discussioni, ed ognuno si è fatto un’opinione diversa sul tema. Per dare un (minimo) contributo alla discussione si propone un’interessante simulazione della dinamica diffusiva del Covid-19, utilizzando MATLAB, come piattaforma di calcolo, ed il lavoro di Cleve Moler, uno degli autori della prima versione del linguaggio, docente a Stanford, ed attuale Chairman di MathWorks, l’azienda che produce e distribuisce il software MATLAB.
Come solito, il codice commentato si trova tra le fonti. La simulazione si basa sull’uso di una funzione MATLAB, cioè un insieme di istruzioni che possono essere aggiunte all’insieme dei comandi del programma e che svolge dei compiti specifici. Nel nostro caso avrà dei valori di input standard ed eseguirà una simulazione grafica della diffusione del virus. Questo risultato si ottiene con la programmazione per agenti (agent-oriented programming/AOP) che si può definire come una versione potenziata della programmazione per oggetti (object-oriented programming/OOP) che è invece il paradigma base di MATLAB e linguaggi simili (Python, R, Java, C++).
Nel caso in esame, non è utile operare a livello di dati (OOP), quanto piuttosto per agenti (AOP), che hanno parametri definiti in modo autonomo e si comportano in maniera funzionale alle proprie caratteristiche: quindi è il paradigma migliore per simulare il comportamento di diffusione modellando il movimento degli agenti-persone. Gli stati che ogni singolo agente-individuo in questo mondo simulato può assumere sono 6: giovane, adulto, anziano, malato, immune, deceduto. Inoltre, si impostano 8 parametri nel mondo simulato: popolazione, infetti, tasso di natalità, tasso di mortalità, virulenza, durata della malattia, velocità di aggiornamento simulazione, e barriera, che rappresenta fisicamente una politica di lockdown più o meno severo.
Questi 8 parametri possono essere impostati all’inizio della simulazione, o durante la stessa usando i comandi del pannello di controllo. Gli stessi comandi da cui si sono ottenuti i plot nei vari casi d’esame. Il risultato delle simulazioni dipenderà fortemente dai parametri impostati e si possono dividere 8 casi: si considerano le disposizioni con ripetizione di parametri alti e bassi di virulenza, durata e barriera, mantenendo inalterati gli altri valori.
Dai grafici si nota che le soluzioni che prevedono una maggiore severità del lockdown, che nella funzione è simulato da una barriera che ostruisce il passaggio tra l’ambiente col paziente zero e l’altro, garantiscono un minor numero di decessi ma non sempre una durata più contenuta dell’infezione, ed è dovuto probabilmente alla struttura barriera che se bassa permette più circolazione degli infetti ed abbrevia la durata della malattia. I migliori risultati sono causati dal parametro virulenza bassa, che nel modello in uso si riferisce al raggio di potenziale contagiosità degli infetti, e che quindi si può assimilare al social distancing, l’unico parametro che migliora quasi sempre le simulazioni in termini di decessi e popolazione finale.
Come lecito aspettarsi, un periodo di immunizzazione minore, e quindi una durata minore della malattia, causa sempre un output preferibile, ma, diversamente dagli altri parametri che possono essere sintetizzati in politiche di contenimento, l’immunizzazione può essere ottenuta solo con un progressivo indebolimento del virus o con la diffusione del vaccino. Questa simulazione non ha alcuna pretesa di accuratezza dal punto di vista epidemiologico. Piuttosto, permette di trarre delle indicazioni di massima sul senso di alcune politiche di contenimento della diffusione del virus, oltre che essere un interessante esercizio di programmazione per agenti.
Simulazione simili sono usate per prevedere la diffusione di fake news in specifici ambienti ed altre applicazioni di processi diffusivi. Se si ha sentito già abbastanza del virus, può essere utile fare una pausa tra uno script ed una funzione digitando il comando xpbombs e rilassarsi con una partita di Campo Minato giocata in ambiente MATLAB.
Il codice della simulazione può essere scaricato in formato .zip da questo link.
Fonti
La Belt and Road Initiative (BRI, or B&R) è un progetto di sviluppo stretgico globale sviluppato dal governo cinese nel 2013. Il progetto di sviluppo infrastrutturale coinvolge più di 65 paesi e diverse organizzazioni internazionali, con investimenti del valore di 5000 miliardi di dollari. La parola “Belt” fa riferimento alle rotte terrestri quali strade e rotaie, nominate “the Silk Road Economic Belt”, mentre “Road” è inerente alle rotte marittime, altrimenti nota come “21st Century Maritime Silk Road”. Il progetto ambisce a sviluppare 4 principali rotte in modo da espandere la rete commerciale Cinese e affermarne l’influenza politica in Eurasia e Africa.
Le rotte tradizionali e caratteristiche dell’antica via della seta prevedevano i percorsi sia terrestri sia marittimi che collegavano la Cina con il Mediterraneo. In aggiunta, il governo di Xi Jingpin ha deciso di espandere La propria area commerciale attraverso altre tre rotte tanto ambiziose quanto rivoluzionarie:
La Rotta Marittima, strumento attraverso il quale Xi Jinping vuole trasformare il suo paese in una potenza marittima (haiyang qiangguo), capace di «sviluppare, proteggere, gestire e controllare i mari». Tale obiettivo prevede lo sviluppo dell’economia blu: essa è quindi legata all’industria marittima e allo sfruttamento delle risorse marine, all’innovazione nel campo della ricerca scientifica e della tecnologica marittima, alla protezione dell’ambiente e allo sviluppo di una Marina dominante in mare aperto.
La Rotta Polare Artica, con gli effetti del Climate Change i quali stanno modificando il Polo Nord e le sue calotte polari. Con l’arretrare dei ghiacciai Cina e Russia stanno cooperando tramite investimenti e impianti finalizzati ad instaurare una rotta commerciale mai vista prima, capace di garantire il trasporto di 80 milioni di tonnellate di merci l’anno (ritorneremo su di essa più avanti parlando del rapporto tra le due nazioni).
La Rotta Digitale, sottocategoria della Belt and Road Initiative (BRI), volta ad implementare l’interconnessione digitale internazionale affinchè possa facilitare l’espansione dell’area di influenza cinese ed affermare l’ascesa della Cina come superpotenza tecnologica. Essa è strutturata in quattro aspetti chiave:
3.1 Investimenti infrastrutturali esteri, con la Cina che ambisce al predominio dei mercati digitali globali e lo sta facendo tramite l’acquisto di reti di telecomunicazione cellulari di nuova generazione, cavi di fibra ottica e centri di elaborazione dati.
3.2 Focalizzazione sullo sviluppo domestico di nuove tecnologie, le quali saranno fondamentali nei mercati economici tradizionali e militari, includendo sistemi di navigazione satellitari, intelligenze artificiali e computer quantistici.
3.3 Promozione dell’e-commerce tramite aree digitali esentasse, volte ad incrementare gli acquisti online a livello internazionale riducendo le barriere cross-border e all’affermazione dei centri logistici federali.
3.4 Instaurazione del principio della “CYBERSOVEREIGNTY”, attraverso l’uso di diplomazia e governance multilaterale. Ciò prevede l’uso di istituzioni intranazionali per affermare standard tecnologici correlati alle infrastrutture telecomunicative, prevedendo de facto un illiberismo politico definito anche “Stalinismo Digitale”.
Nonostante la Russia non si definisca “pro-Cina” quantopiù “anti-America”, le basi per una partenrship stretigca sono molto solide e ben definite. Storicamente e ideologicamente i due paesi condividono molto più che 3645 km di confine. Nel corso della storia moderna, fin dal 1929, Cina e Russia hanno mostrato al mondo una collaborazione multilaterale, come ben dimostrato dal VI Congresso del Partito Comunista Cinese svoltosi a Mosca. Dopo che i leader della Prima Grande Rivoluzione Cinese furono costretti a cercare asilo politico in Russia in seguito alla disfatta che culminò con il Massacro di Shanghai, essi si riunirono nel Cremlino per discutere delle motivazioni legate al fallimento della rivoluzione. Questo fu uno dei momenti chiave per la storia della Repubblica Popolare Cinese, interesecatasi fin da subito con i “vicini di casa“ sovietici, in quanto decretò l’inizio della pianificazione di quella che sarebbe stata la Rivoluzione Comunista Cinese del 1949 capeggiata da Mao Zedong.
La Russia è anche vista dai cinesi come la patria ideologica del comunismo. Nel 2017 la Russia celebrava il centenario della Rivoluzione Bolscevica e un notevole numero di turisti cinesi partecipò alle celebrazioni svoltesi a San Pietroburgo. A dimostrazione del fatto che gli antichi disaccordi relativi alla leadership per la rivoluzione mondiale comunista iniziati negli anni ‘50 e culminati nel 1965 con la rottura Sino-Sovietica sono stati, forse solo temporaneamente, messi da parte.
Come e quando è nata la partnership?
Nel 2014, dopo le rivendicazioni da parte della Russia sulla Crimea e con la conseguente invasione militare della regione Ucraina, la tensione politica con il blocco occidentale ha raggiunto l’apice. Il governo cinese ha colto dunque l’occasione per consolidare le relazioni con il Cremlino. Soltanto l’anno precedente il Presidente cinese Xi Jinping annunciava il suo ambizioso progetto di espansione commericiale-monetaria nel quale i territori russi e la sfera di influenza politica dell’ex Unione Sovietica sarebbero stati attori centrali.
“La Russia non soltanto è il nostro più grande vicino e partner strategico globale, ma è anche uno dei partner più importanti e prioritari in tutte le aree di cooperazione”. [Xi Jinping, St. Petersburg International Economic Forum 2019]
La Cina e la Russia stanno attraversando un periodo di floride relazioni politico-economiche, avendo registrato nel 2019 un record storico commerciale pari un volume totale di 110,79 miliardi di dollari. Petrolio e altri minerali compongono il 76% dell’export russo verso la Cina, mentre legna e materiali cartacei ammontano ad un abbondante 8%. Dall’altro lato della bilancia commerciale, la Russia importa principalmente dispostivi elettronici ed elettrici in parallelo ad attrezzature per il settore nucleare (reattori e caldaie) ed industriale, che nel complesso sono responsabili per 40% del volume totale importato dalla Cina, dimostrando quindi uno stato di dipendenza russa dall’industria Cinese.
Uno dei simboli dell’inclusione dell’economia Cinese in Russia è stato erto nel 2014 a San Pietroburgo dopo che le imprese private di entrambi i paesi hanno raccolto una cifra pari a 100 milioni di dollari per costruire il Russia-China Business Park. Situato nel cuore della città, l’obiettivo degli uffici congiunti è quello di garantire supporto alle aziende cinesi interessate ad espandere i propri orizzonti commerciali in Russia, fornendo così aiuti finanziari, consulenze legali, formazione su usi e costumi e processi di sdoganamento, attraendo così investitori cinesi e creando una comunicazione diretta tra le due economie.
Data l’importanza dell’ultimazione del famigerato progetto B&R per entrambe le nazioni, esse stanno collaborando per lo sviluppo di alleanze strategiche con i paesi adiacenti alle linee di comunicazione commerciale in programma. Putin ha persino proposto l’integrazione al BRI di programmi e istituzioni differenti quali l’ Unione Economica Eurasiatica (UEE), l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS). La restaurazione dell’area commerciale più antica e vasta del mondo porterebbe enormi benefici ad entrambe le economie e persino la sfera d’influenza politica della coalizione Sino-Russa ne uscirebbe rinvigorita.
Nonostante il quadro possa sembrare dei più idilliaci, la co-leadership Russa è stata minata dal veto della Cina su quello che sarebbe stato un ruolo centrale per Putin e connazionali nello sviluppo del progetto nell’area UEE. Dopo aver ricevuto il segnale di stop da Pechino, dovuto ad una mancanza di fondi per finanziare infrastrutture e installazioni, il presidente russo Putin ha dichiarato:
“…è necessario eliminare restrizioni per l’integrazione di infrastrutture creando principalmente un sistema moderno e ben collegato di canali per il trasporto. La Russia e la sua particolare condizione goegrafica sono intenzionate a intraprendere questo progetto comune”. [Beijing, Belt and Road Forum 2019]
In aggiunta, potrebbero emergere altre problematiche dalla dipendenza russa dall’import cinese di Gas e Petrolio, corrispondente ad un quarto della domanda aggregata di combustibile fossile russo. La soggezione a questi elevati volumi di vendita rende la Russia un partner vulnerabile e ne indebolisce il potere contrattuale: i prezzi del greggio influenzano fortemente i risultati di periodo dell’economia e la struttura bilaterale di commercio, concedendo alla Cina un enorme vantaggio nella determinazione dei prezzi. Questo potrebbe incrementare ulteriormente le disuguaglianze sociali ed economiche tra le aree sottosviluppate della Siberia dell’Est e le arricchite aree del Nord-Est Cinese, disuguaglianze che potrebbero tradursi in tensioni future per le zone limitrofe.
Sarà la Rotta Marittima Polare Artica a garantire una forte coalizione in futuro?
Come ha dichiarato il Ministro Russo per lo Sviluppo dell’Estremo Oriente e Artico, Alexander Kozlov, un incremento degli investimenti coinvolgerà direttamente il Circolo Polare artico e il Mare del Nord per lo sviluppo di un programma espansionistico volto a garantire un quantitativo di merci trasportate pari a 80 milioni di tonnellate entro il 2024. In parallelo allo sviluppo del corridoio marittimo più veloce tra Asia e Europa, Novatek, secondo produttore nazionale russo di gas naturale, sta costruendo terminali per il Gas Naturale Liquefatto (LNG) nella medesima area e pianifica di costruire un altro terminale nella Kamchatk, per una capacità totale di 21.7 milioni di tonnellate di LNG annue.
Ulteriore esempio di compartecipazione è dato dalla China National Petroleum Corporation (20%) e dal Silk Road Fund (9.9%), società detentrici di un totale combinato pari al 29.9% di Yamal LNG, progetto russo dal valore complessivo di 27 miliardi di dollari e avente una capacità d’estrazione annua di 16.5 milioni di tonnellate cubiche di gas. Al contempo il governo cinese, come parte del proprio tredicesimo Piano Quinquennale, intende tagliare il consumo di carbone di 160 milioni di tonnellate ed innalzare la percetnuale di gas consumato per sopperire al fabbisogno energetico nazionale fino al 10% entro la fine del 2020, per poi innalzarlo fino al 15% entro il 2030 considerando un valore stimato del 7% nel 2017.
Tale convergenza di interessi sarà sufficiente per garantire una partnership duratura o la Russia finirà per essere solamente una delle tante pedine sacrficabili per il raggiungimento del Sogno Cinese?
Fonti
Carlo Ferrari, Responsabile - SFClub Cattolica
Carola Iansante, Graphic Designer versione PDF - SFClub Cattolica
Riccardo De Mei & Simone Conti, Design e realizzazione della versione HTML - Starting Finance
Andrea Ciotti, Project Manager
Alen Salatiello, General Manager Starting Finance Community
SFClub Bari
SFClub Cattolica
SFClub Firenze
SFClub Messina
SFClub Pisa